vigne Maso Warth Moser

Ha smesso di correre e ha acquistato un maso, dove ha amplificato la produzione vitivinicola, già attiva dalla fine degli anni Settanta. Quello con cui non aveva fatto i conti però è l’impegno che viene chiesto ad un produttore di vino, oggi più che mai. Così Francesco Moser, ex campione del mondo di ciclismo, che, tra le tante vittorie, fissò il record dell’oro su pista a Città del Messico, che lo ha reso un mito (e ha dato il nome al primo spumantizzato Brut di casa Moser 51,151), continua ad investire nel Trento Doc. L’azienda guidata dal 2011 dal figlio mediano Carlo (anche vice presidente del Consorzio Trento Doc)  e dal nipote enologo, Matteo. La loro tradizione parte in Val di Cembra dove il padre di Francesco e del fratello Diego, Ignazio, si prendeva cura delle sue vigne vocate a bianco naturalmente.

Carlo, Francesco e Matteo Moser

“L’anno che ho smesso di correre, l’’88, che ha segnato anche il record dell’ora di Stoccarda, un tipo mi disse che era in vendita il Maso Gardini, l’attuale Maso Warth – racconta Francesco Moser. C’era una famiglia numerosa, di mezzadri che lavoravano la terra e  casualità volle che si chiamassero proprio Moser. Il proprietario di tutto era invece un commerciante con la passione per il vino.

Facevano Schiava, Lagrein, un po’ di Chardonnay e Moscato. Non ci pensammo su molto e lo acquistammo, anche perché facevamo già vino e avevamo bisogno di spazi. Da allora ho capito – continua  – che in campagna non c’è niente di definitivo. Adesso, per esempio, stiamo facendo un nuovo vigneto, qua sopra, nel bosco, attorno ai 500 metri di altezza, più di due ettari. Vi pianteremo Chardonnay e Pinot nero per la produzione esclusiva di spumante. Proprio sullo spumantizzato infatti abbiamo deciso di concentrare, principalmente, il nostro futuro”.

Spumanti degustati

“Questa proprietà – continua – mi ha tenuto sempre impegnato assieme a mio fratello e adesso ci sono i nostri figli. Bisogna sempre esserci… loro certi lavori non li fanno, toccano a me (ride, ndr). Sono ancora il titolare, è vero,  ma alla fine fanno quello che vogliono… anche se non gliele faccio passare tutte lisce (ride, ndr)…”

“Le corse in bici – conclude – erano un’altra cosa, forse lì ero più bravo. In realtà tutti sapevano da dove si partiva e dove si doveva arrivare, il difficile era arrivare davanti (ride, ndr). La vita è sempre una battaglia. Adesso sono in pensione e prima o poi faremo il passaggio di consegne, è inevitabile… “

Matteo e Carlo Moser degustazione basi in cantina

L’anno della svolta per i due giovani Moser,  Carlo classe ’84 (ha una sorella maggiore Francesca che però lavora nell’azienda del marito e un frattello più piccolo Ignazio, balsato alle cronache mondane per la partecipazione al reality tv Grande Fratello Vip e al fidanzamento con Cecilia, la sorella di Belen Rodriguez) e Matteo, classe ’80, è stato il 2011. E oltre ai nuovi vigneti in programma c’è anche una nuova bottiglia, una Riserva Brut che promette di contare oltre 100 mesi. Attualmente negli spumantizzati producono lo Chardonnay metodo classico Brut, il Rosé millesimato da uve Pinot Noir e infine il Blanc de Blanc da uve Chardonnay, Brut Nature.

“Ufficialmente siamo nati nel ’79 – spiega Matteo – prima producevamo Chardonnay che ancora oggi copre 7 ettari dei nostri 17 totali. Il sistema di allevamento principale è a pergola anche se un po’ atipica, almeno qua sotto l’azienda, perché non è volta a valle. Frequento l’azienda da quando avevo 4 anni, crescendo ho maturato molte esperienze all’estero per poi tornare fisso dal 2009. Nel 2011 con Carlo abbiamo scelto di intraprendere un nuovo percorso. E’ stata una ripartenza. Prima ci siamo dedicati alla campagna, sviluppando un approccio meno produttivo e più volto alla qualità. Oggi siamo anche in conversione biologica, non per moda però. Diciamo che ora facciamo i vini che piacciono a noi. Lavorare con mio zio non è semplice, ha un carattere forte, duro, molto montanaro. Ma lo dico sempre prima che un ciclista è un contadino e quindi alla fine ci capiamo bene”.

Matteo Moser enologo

Nel 2016 poi è partita la ristrutturazione della cantina, dove è cambiato il modo di conferire le uve. Sono tre le zone di produzione, due sotto i 250 metri di altezza principalmente con terreni dolomia, poi un’altra sopra i 350. Mentre in Val di Cembra l’altitudine raggiunge anche i 650 metri e il terreno è prevalentemente calcareo, argilloso e porfirico.
“Lo Chardonnay è il nostro vino principe – aggiunge Matteo Moser-. Inoltre trovo che non ha senso nella spumantistica fare basse rese. Meglio 120 quintali con pressatura al 50 percento. Manteniamo il sistema di allevamento a pergola perché  sta subendo meno lo shock dovuto al cambio climatico, anche se la gestione corretta del guyot dà comunque buoni risultati. Seppur si dimostra più ostica. Diciamo che la pergola ha permesso di sbagliare meno, l’uva ha maggiore probabilità di entrare in cantina croccante e fresca”.

TASTING NOTES

degustazione moser trento doc brut nature

Dall’assaggio delle basi spumante 2018, in vasca, è risultata una campionatura molto interessante. Con uno Chardonnay molto saporito, minerale. Una nota di acidità maggiore per la base che verrà utilizzata per il Nature, soprattutto quella proveniente dalla Val di Cembra , molto saporita, a tratti piccante, minerale e di bella persistenza. Si denotano nella totalità freschezza e pulizia.

Focus Brut Nature 2015-2011 in punta (non sboccato)

2015 (30 mesi sui lieviti) perlage finissimo che danza con un ritmo medio. Entra con discrezione, spinge ma poi si adagia, senza stridere. Secco, sapido. Leggiadro.

2014 (42 mesi sui lieviti)
Entra in bocca con maggior determinazione e si snoda in vivacità. Acidità più graffiante ma meno cremoso, più scarno.

2013 (54 mesi sui lieviti) Stile immediato, si avverte pochissimo l’evoluzione sui lieviti. Freschezza evidente, manifesta dolcezza al naso.

2012 in punta mostra un naso più profumato di crosta di pane, brioche e ridotto un po’ di acidità. La 2012 in commercio manifesta croccantezza e salinità. Dolcezza in bocca con sentori lievitati che fanno capolino. In bocca resta compatto e piacevole.

2011 uno spumante differente, che fa capire come la squadra da allora abbia sterzato nella filosofia e nella pratica produttiva. Un vino buono ma poco identificativo. Ruffiano in cui ancora si avverte il legno, non con denotazione negativa.

Per quanto riguarda il Focus sulle tre sboccature del Brut 51,151 sorprende la presenza in bocca della 2011(vendemmia 2008), molto mielosa ma ancora con qualcosa da dire. La 2014 si presenta fresca, croccante, più essenziale ma con un’ottima copertura ed avvolgenza al palato. La 2015 ha un lievito e un legno che si traduce in sentori di vaniglia che subito rapiscono l’olfatto. In bocca si stende armonico, molto posato. Più che godibile.

 

Brut rosé Pinot Nero

Un plauso finale alla cucina della Trattoria Vecchia Sorni di Trento che ha messo nel piatto con schiettezza e grande abilità, senza sbagliare un tiro, la tipicità del luogo. Le cucine che mi piacciono, quelle fedeli che ti fanno vivere la terra in cui nascono tra odori e sapori. A partire dal burro di malga da stendere sul pane fatto in casa, passando per il salmerino marinato su carpaccio di mela verde, di una raffinatezza più unica che rara. Lo spinacio selvatico ben riconoscibile nelle mezzelune di farina di segale e ancora la coscia di coniglio ripiena di finocchi e speak. Conclude lo strepitoso gelato, quasi sorbetto alla nocciola, proveniente da noccioli autoctoni.

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