Nata a Bronte, in Sicilia, ma cresciuta a Milano. Sonia Gambino è una ragazza solare, classe ’91, si è laureata in Piemonte, all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, dove si è sviluppata la passione per il vino. Lì ha visitato le prime cantine, tra a Barolo, Barbaresco e La Morra. “Ho conosciuto le prime stelle che hanno illuminato la mia curiosità – racconta Sonia -. Ricordo quando andai da Bartolo Mascarello. Teresa, la figlia e il suo racconto sul vero Barolo, nato da assemblaggi di vigne diverse, ognuna con le sua caratteristiche uniche. Ancora Giovanni Canonica che mi spiegava come fare le follature nella sua casa-cantina. Rimasi subito colpita dalla magia del vino. Morivo dalla curiosità di capire la complessità dei suoli e del loro effetto sulla vite, i sistemi di potatura, i meccanismi legati alla fermentazione, all’evoluzione dei vini, all’impatto dovuto ai materiali usati”.

Poi è arrivata la Nuova Zelanda e la Francia dove si laurea all’Università di Viticoltura di Montpellier. Qui sviluppa una tesi di ricerca sulla selezione massale e viene scelta da Chateau Lèoville Las Cases, un deuxième grand gru classé nel Médoc, dove resta per un anno nel ruolo di assistente enologa. E il Cile dove lavora in un piccolissima azienda nel territorio di Alto Cachapoal, a nord di Santiago, su valli che toccano la catena delle Ande. Dopo qualche anno in giro per il mondo, torna in Italia e si affaccia al mondo della comunicazione. Ma il richiamo della terra è troppo forte. È così torna a Maletto, nella casa di famiglia, dove oggi produce i suoi primi vini in collaborazione con i contadini del posto.

Un’enologa prestata alla comunicazione. Solo in un primo tempo però?

Ho iniziato a lavorare in un’agenzia di comunicazione che si occupa di promuovere aziende vitivinicole e grandi ristoranti. Non avevo mai sentito la parola ufficio stampa, ma volenterosa e curiosa di conoscere il nuovo ho accettato. Ho trascorso poco più di due anni molto divertenti, a girare per l’Italia e conoscere menti incredibili che stanno dietro a grandi aziende e realtà vinicole. Però mi mancava la terra,  sporcarmi le mani. Così sono riuscita a ritagliarmi un po’ di tempo per dare una mano a Marco Tinessa, un geniale e visionario produttore irpino che vinifica le sue uve nella periferia di Milano. Marco mi fece tornare con le mani in pasta. Mi passava a prendere in motorino dopo l’ufficio per andare a follare, torchiare e assaggiare i suoi energici vini in via Lorenteggio. Con Marco abbiamo visitato cantine, stappato bottiglie importanti e incontrato “icone” del vino italiano e francese. Nel frattempo una piccola cascina appena fuori città accettò di concedermi un piccolo pezzo di terreno incolto, dove ho iniziato  a sperimentare la creazione di un orto. Il richiamo della terra si fa sempre più forte e sempre più stretta percepisco una vita e un lavoro che non sento più miei.

Da Milano a Maletto il salto è lungo?

La Sicilia restava sempre meta delle mie vacanze oltre a weekend più o meno lunghi. L’estate scorsa ho trascorso le vacanze a Marsala dove ho incontrato Nino Barraco, un grande rivoluzionario del vino del suo territorio. Marsala mi ha folgorato e i vini marini di Nino sono rimasti  nella mia mente per mesi. Mi proposi di lavorare con lui. A dicembre mi licenziai dall’agenzia e a gennaio cominciai ad affiancarlo nelle potature. Li ho avuto la fortuna di incontrare personaggi come Corrado Dottori, Stefano Amerighi, Sandro Sangiorgi e Vincenzo Angileri. La cantina di Nino era un centro di aggregazione, dove ricevevo continui stimoli. Ero felice, stavo imparando moltissimo. Il lockdown poi è arrivato in un momento di forte crescita e mi ha spiazzato, non permettendomi inoltre di continuare a collaborare con Nino. Ero però certa di non voler tornare a Milano.

Cosa è successo quindi?

Penso a Maletto e alla mia casa di famiglia mezza abbandonata. Parto alla fine della quarantena. È il due maggio, primo giorno di fase due. Via libera agli spostamenti tra regioni. Dopo 3 ore di viaggio arrivo a Maletto. Alla radio parte “Cosa Sarà” di Lucio Dalla, ero davanti al cartello d’ingresso. Una coincidenza incredibile.. Sarà stato il potere della musica ma sembrava che Lucio avesse scritto quella canzone per me. O meglio per me in quel preciso momento. Arrivarono i casolari del nonno, la stalla dove teneva le mucche, la piccola stazione della ferrovia circumetnea. Cominciai a respirare quel profumo che mi faceva svegliare da bambina dopo il lungo viaggio da Milano. Papà guidava sempre di notte e io mi svegliavo già in Sicilia senza quasi accorgermi del lunghissimo tragitto, incastrata tra i miei fratelli assonnati. Riconoscevo subito l’odore di Maletto, quel profumo di selvatico misto a terra e vulcano. Osservai il paesaggio e mi dissi che se il nonno ai tempi aveva scelto quel luogo, questo fazzoletto di terra, doveva essere speciale. Qualcosa per cui valeva la pena restare. Il mio viaggio in Sicilia non prevedeva che finissi li, dove ero nata. Il Covid però aveva incasinato i piani.  Oggi sento di essere esattamente dove devo essere e in qualche modo quella canzone, partita casualmente alla radio, me lo confermò. All’inizio è stata dura. Ma io so bene che l’adattamento a un luogo è sempre lungo e altalenante e molto spesso mi sono sentita sola in un luogo che ha sempre rappresentato l’estate della mia infanzia felice. Ho avuto il mio primo vero scontro con la Sicilia più cruda, quella dove non esistono servizi, dove vive ancora una mentalità fortemente maschilista e conservatrice. Ma lentamente ho imparato ad ascoltare il silenzio della vita di montagna, a nutrirmi della bellezza potentissima di questi luoghi. È iniziato tutto con l’orto. Nel piccolo terreno di casa ho deciso di piantare tutti i semi di zucchine che avevo raccolto durante il mio soggiorno siciliano, ricevuti da contadini e casalinghe e personaggi incontrati durante il viaggio sull’isola. Ho scoperto che ne esistono moltissime varietà con storie e utilizzi diversi, legati a luoghi e persone che abitano questa terra così variegata nei paesaggi e nelle persone. Ispirata dal lavoro dell’artista e antropologo Leone Contini ho realizzato una pergola in legno di castagno dove far arrampicare le mie “cucuzze”, frutti che in Sicilia hanno una tradizione agricola e culinaria antichissima. Ho selezionato il legno nel bosco, con l’aiuto di un boscaiolo locale. È stato un duro lavoro e da uno schizzo manuale, su un foglio riciclato, ha preso forma una struttura speciale, irregolare perché totalmente naturale e assemblata a mano.

E’ nato “I Love Cucuzza”. Ce ne parla?

Una raccolta di semi migranti che si arrampicano su una pergola vegetale a creare una installazione dove differenti varietà cucurbitacee si incontrano, in un racconto di storie e persone, dove tutte le specie presenti derivano da semi ottenuti da incontri personali, mai acquistati, con una continua ricerca di origini, utilizzi, nomi dialettali, ricette e proprietà. La mia casa di famiglia si trova esattamente davanti alla stazione della ferrovia circumetnea, dove finisce il paese e inizia la campagna malettese. Durante la pandemia le corse della littorina sono state sospese e anche la piccola stazione di Maletto sembrava lo sfondo di un paese abbandonato. Il signor Vincenzo tutte le mattine faceva la sua passeggiata lungo i binari, affacciandosi discretamente alla recinzione per sbirciare i lavori in corso. È bastato poco per diventare amici e per instaurare un breve appuntamento quotidiano dove Vincenzo cercava di indirizzare le mie mani inesperte a distanziare nel modo corretto le piccole piantine, lavorare il terreno con la zappa, cimare le parti di pianta non necessarie. Un giorno mi raccontò della sua piccola vigna dove produceva un vino “speciale”. Mi disse: “ho già distrutto due macchine e i miei figli non mi fanno più guidare… però non hanno mai tempo per accompagnarmi e io non ce la faccio più ad andarci a piedi”. Mi offrii di accompagnarlo. Credo che sia proprio in quel momento che è nato tutto.

La nuova idea di vino a Maletto?

L’ingresso nella vigna del signor Vincenzo mi ha fatto scattare qualcosa di speciale:  trovai un paesaggio familiare, selvaggio, disordinato. Una vigna completamente meticcia, dove convivevano nirellu, granazzu, minnella e questo “nu sacciu mi pare ca’ chiamano coda di volpe”.  Mi è sempre piaciuta l’idea di diversità, nelle cose come nelle persone. Tornai a casa con il cervello nella centrifuga, ci dormii su e il giorno successivo andai a trovare una zia che viveva in un paese vicino. Un po’ per caso finii nel giardino di Nino, un personaggio dalle guance rosse che mi portò nel suo giardino-discarica, pieno di lavandini e vecchie sedie di ferro battuto. In un angolo notai una piccola botte di cemento ricoperta di polvere. «ma c’ha fari cu’ sta cosa vecchia? » ne abbiamo appena demolita una uguale a questa, non serve a niente. La continuai a guardare pensando alla vigna di Vincenzo. La acquistai. Lui me la regalò. La portai a Maletto con un grande camion e insieme alla botte scaricai una ventina di damigiane. “Le ho trovate, sono vecchissime, ma ho pensato che potrebbero esserti utili.” Dopo qualche settimana scesi nella vecchia stalla del nonno, non veniva . aperta da anni e vi trovai il torchio che usava nel palmento. Scoprii così che mio nonno aveva il palmento del paese, che  i “gustinello” (soprannome della mia famiglia paterna a Maletto) erano conosciuti proprio per la loro attività legata al vino. Mi sembrava surreale, ma i “segni” erano inequivocabili. L’incontro con il torchio mi fece decidere: “faccio il vino a Maletto”. Il garage di casa venne totalmente trasformato in due mesi e ora sembra quasi una vera cantina. La vecchia botte di cemento ora sembra nuova ed è coloratissima. Mi hanno aiutato a restaurarla 3 bambini che crescono liberi tra le campagne malettesi. Ettore, 10 anni, Salvo 9 e Andrea 4 anni, sono diventati i miei collaboratori di fiducia e miei grandissimi amici. Tutti i giorni vengono a casa a darmi una mano tra orto e lavoretti di restauro. Così ho iniziato a scoprire la mia Sicilia.

La sua Sicilia, il suo progetto?

Maletto è un paese isolato, perché è l’unico paese etneo dove la strada statale non taglia il centro ma ne costeggia i confini. Confinato appunto, tra le più conosciute Bronte e Randazzo. Ai margini della Doc del Vino, da un lato e della Dop del Pistacchio dall’altro. “A Maletto non c’è niente” dicono. Ma io ho trovato un tesoro, fatto di una natura incontaminata e potente, di un’agricoltura antica, promiscua. E così ho capito che spesso è proprio ai margini che si trovano le cose più interessanti. Ho conosciuto persone incredibili, la maggior parte sopra i 70 anni, custodi di vigne centenarie ricchissime di varietà, di colori, di profumi, di energia, immerse nel bosco e intrecciate con ciliegi e noci. Dall’idea iniziale di vinificare la vigna di Vincenzo poi si è tutto evoluto in modo velocissimo e inaspettato. In paese si è sparsa la voce che stavo per fare il mio vino e così quasi quotidianamente un signore anziano si presentava alla porta. Ricordo Nino, che mi chiama dal cancello e mi chiede: “sei la nipote di Gustinello?” Ti vorrei mostrare una cosa. Mi porta con la sua ape 50 in mezzo al bosco, dopo qualche minuto sbuchiamo in una vigna rigogliosa. Siamo a 1200 metri, immersi in un giardino di alberelli più che centenari dove convivono almeno 10 varietà diverse. Lì ha iniziato a prendere forma il mio progetto. L’idea di dare valore al lavoro di queste persone e alle loro vigne preziose. L’idea di creare una comunità intorno a qualcosa che a Maletto si era dimenticato. In pochi mesi ho visitato una ventina di vigne, e dopo un’attenta selezione ho deciso di vinificarne 5, quelle che mi hanno colpito al primo istante e che sono state lavorate senza l’uso di prodotti chimici. Maletto mi ha affascinato perché è davvero un’altra Etna. Il panorama viticolo etneo è conosciuto principalmente per i suoi vitigni autoctoni: il Nerello Mascalese e il Carricante. Ebbene, a Maletto queste varietà sono pressoché inesistenti. Dopo un po’ di ricerche ho capito che i vitigni più diffusi sull’Etna non riescono a maturare correttamente a queste altitudini. Per questo storicamente il panorama varietale è totalmente diverso dai più noti. E questo mi affascina molto. Facendo un po’ di ricerche e parlando con i contadini locali ho capito che a livello di uve bianche, prevale il Grecanico Dorato, mentre a livello di rossi il cosiddetto Granazzu, ovvero Grenache o Alicante, arrivato qui ai tempi della Ducea di Nelson all’inizio dell’ 800.

Vino ma non solo… c’è anche un progetto sociale, lei ha coinvolto bambini del posto in questa futuristica attività vitivinicola?

È proprio vero, perché sì ho fatto il vino, ma è successo tanto altro a Maletto, tanto che il vino è diventato quasi un contorno. La comunità malettese si è appassionata alla mia storia e al mio progetto ancora del tutto in divenire. La vendemmia è stata una vera festa. Nonostante le restrizioni legate al Covid, grazie a ripetuti tamponi e attenzione a rispettare le normative sono arrivate a Maletto più di 30 persone e amici in mio aiuto a raccogliere insieme agli anziani e ai bambini locali. Si è creata una rete intorno a un progetto che ancora devo iniziare a scrivere. Mi sono resa conto dell’inestimabile valore sociale che ha assunto questo piccolo mondo vinicolo, che ha unito persone di tutte le età in un momento di creazione unico e felice.

Anche attività agricola con Magma Box?

Dopo la vendemmia, quasi per gioco, è nato Magma Box: un progetto ideato insieme a Virginia Paracino, un’amica bagherese che è venuta ad aiutarmi durante la vendemmia, anche lei rimasta “bloccata” in Sicilia a causa del lockdown. Io e Virginia non ci conoscevamo molto, ma abbiamo scoperto di essere fortemente legate dalla passione per il cibo e l’agricoltura, dalla voglia di sperimentare e dal desiderio di vivere a contatto con la natura. Vivendo insieme a Maletto, con grande curiosità abbiamo scoperto luoghi incontaminati, paesini sconosciuti e campagne selvagge sparse intorno alla grande montagna. Abbiamo incontrato pastori, contadini e produttori resilienti e coraggiosi che non si sono piegati al mondo delle produzioni di massa ma che, a discapito della quantità, continuano a lavorare “in piccolo”, con amore, sensibilità e rispetto. Folgorate dalle persone conosciute e da queste terre nere e incredibilmente fertili abbiamo sentito il desiderio di condividere tanta ricchezza creando Magma Box, un cofanetto di prodotti artigianali e naturali prodotti nel rispetto dell’ambiente e della tradizione. Un’idea che ha ancora di più rafforzato il senso di comunità, che ci ha fatto conoscere e integrare nella vita di questi luoghi per certi versi “dimenticati”. Abbiamo iniziato a mandare le nostre locandine per messaggio ai nostri amici e nel giro di poche settimane abbiamo ricevuto tantissime richieste. Inoltre a breve inizierà un progetto che ci rende molto orgogliose in collaborazione con l’Università di Scienze Gastronomiche, per far “incontrare “ virtualmente i produttori di Magma Box agli studenti e degustarli.

Che vini saranno?

La vigna di Vincenzo, detta anche vigna-giungla, è stata vinificata secondo la tradizione di Maletto del pista e ‘mbutta. Tutte le uve (miste bianche e rosse) sono state diraspate a mano con l’aiuto di un telaio in legno realizzato da un artigiano locale. Dopo un paio di giorni di macerazione è stato svinato e messo ad affinare in damigiana. Un rosso leggero, con un’acidità degna di queste altitudini. La vigna del bosco invece mi ha dato subito l’idea di rosato, anche qui le uve bianche e rosse sono state torchiate direttamente e poi messe ad affinare in acciaio. Una freschezza che non avevo mai sentito, un profumo di corteccia ed erbe selvatiche intensi. Dalle ultime tre vigne ho invece deciso di separare le uve bianche (prevalentemente grecanico dorato) e rosse (Grenache) e di assemblarle insieme. Il bianco sta affinando tra acciaio e damigiane, mentre il rosso è tutto in cemento. Ho cercato di fare delle vinificazioni delicate, senza utilizzare alcun prodotto oltre all’uva, sempre diraspata a mano e pigiata con i piedi (dei bambini). Non sono sicura di quando usciranno, ci sto studiando. Soprattutto voglio capirne le evoluzioni.

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