Santus è una Franciacorta di grande identità e si legge sul palato per tutta la linea. La bollicina è di grande delicatezza, finezza e ottimamente dosata. Si avvicina a certi champagne che mi piacciono molto. Il calice è deciso, fresco e meno barocco di tante espressioni territoriali che magari finiscono per eccedere nei lieviti, caricandosi troppo. Elegante e mai noioso.

Santus è soprattutto il cognome di Maria Luisa, franciacortina di famiglia. Ed è diventato il nome dell’azienda che al suo interno contempla alcuni vigneti storici di famiglia. Poi è arrivato Gianfranco Pagano, salentino. Origini differenti, stessa università e un sogno comune: produrre in Franciacorta.
Dal 1995 il loro sogno è diventato realtà e del 2005 la prima annata prodotta. 4300 bottiglie oggi divenute 25.000 per una produzione totale di circa 50.000. Tra questi il Franciacorta  Satèn  Millesimato; l’Extra Brut Rosè; il Dosaggiozero  Millesimato e l’Essenza –Millesimato (prodotto solo in alcune annate).

Dieci gli ettari nel comune di Paderno Franciacorta, in Provincia di Brescia e così suddivisi: 8 ettari di Chardonnay e 2 ettari di Pinot Nero. A cordone speronato.

“Con Maria Luisa ci siamo conosciuti durante gli studi di Scienze Agraria – racconta Gianfranco -, negli anni Novanta. Una volta laureati, iniziai a lavorare in Toscana come tecnico commerciale per una multinazionale agrochimica americana, mentre Maria Luisa si occupava dell’allevamento di famiglia in Franciacorta. In Toscana stabilii contatti con molte aziende vitivinicole e rimasi affascinato dal loro mondo. Abbandonai quindi quel lavoro per una piccola ma nota cantina salentina, tre anni dopo ero in una cantina friulana. E ancora un master in marketing del vino presso l’Università di Firenze. L’obiettivo era ormai chiaro: volevo acquisire esperienze fuori per un progetto: diventare produttore in Franciacorta.

Maria Luisa – continua – che di lì a poco sarebbe diventata mia moglie, già si occupava dei primi impianti dei vigneti, della loro coltivazione e gestione. Era in prima persona impegnata  sia su terreni di famiglia, sia su quelli che stavamo acquistando. In pochi anni siamo arrivati a gestire circa dieci Ha e nel 2003 ci siamo buttati a pieno regime. Il primo anno sul mercato ci ha visto protagonisti con 4300 bottiglie. Ricordo l’ansia del primo Vinitaly, nel 2007, non più da dipendente ma come produttore”.

Una storia romantica con lieto fine insomma?

Una bella storia d’amore e passione tra due persone e per la propria attività condita da quella sana incoscienza necessaria per compiere passi così importanti.

La Franciacorta come la percepivate prima e ora che siete produttori?

Di una splendida terra dinamica e recettiva ad ogni innovazione, un ambiente ideale per poter fare impresa. Oggi gli siamo grati perché ci ha permesso di coltivare i nostri sogni.

In che segmento produttivo vi inserite?

Produciamo circa 50 mila bottiglie e il nostro cliente tipo è il ristorante Wine Bar, l’enoteca ma anche il consumatore finale. Ma anche un buon conoscitore di vino che cerca una diversa interpretazione del Franciacorta. In genere apprezza l’approccio ad una viticoltura sostenibile ed ama vini complessi con bassissimo residuo zuccherino. Per quanto riguarda il livello della ristorazione che serviamo, sono nostri clienti sia piccole trattorie con il titolare attento all’acquisto di prodotti di qualità fino agli stellati. Siamo trasversali.

Di cosa hanno bisogno le bollicine italiane?

Potrei dire cosa dovremmo potenziare noi in Franciacorta. Cioè legare di più il nostro prodotto al territorio, aumentando l’incoming, sia di turisti italiani sia stranieri, parlando anche dell’impegno sia fisico sia di capitali necessari per produrre un Franciacorta. Basti pensare che dal momento in cui si decide di impiantare un vigneto, passano almeno dieci anni prima di poter chiudere il ciclo di vendita di una bottiglia, che necessita di alcune operazioni difficilmente meccanizzabili sia in campagna, sia in cantina. Prendiamo in mano una bottiglia almeno quattro volte dal momento del tirage al confezionamento.

In questo momento di emergenza, le piccole aziende, come la vostra, sono ancor più sottoposte, come pensate di reagire?

Sono un appassionato di vela, non di quella comoda ma di quella che comporta fatica. Quando sei nel mare in burrasca per prima cosa provi ad effettuare tutte le manovre possibili per metterti in sicurezza, ma ci sono alcuni casi in cui non resta che issare una piccolissima vela, che si chiama tormentina, per non essere in totale balia delle onde, ed aspettare che passi. La nostra tormentina è rappresentata dal continuare a coltivare i rapporti con i nostri clienti, stare al loro fianco e cercare di fare fronte unico. Aiutarsi con lealtà.

Da dove ripartirete nell’immediato?

Spedendo ai nostri clienti, appena sarà possibile, anche piccoli ordini a condizioni vantaggiose, per non appesantire troppo il loro magazzino. Chiedendo correttezza commerciale e rispetto dei tempi di pagamento. Questo per una ripartenza che avrà bisogno di due cose: tempo e liquidità. In questo senso il sistema bancario, di concerto con il Governo, dovrebbe compiere un atto di responsabilità  per noi piccole imprese che, fino a oggi, abbiamo garantito loro guadagni sicuri e garantiti dai nostri capitali fondiari. Le stesse banche come imprese dovrebbero assumersi dei rischi. Troppo comodo concedere crediti chiedendo garanzie di valore doppio rispetto a quello che viene concesso. C’è da capire che è finito il momento di fare unicamente i propri interessi. Il rischio è che salti tutto un sistema. E una volta usciti serve anche un atto di responsabilità collettiva:consumare prodotti italiani e viaggiare nel nostro belpaese. Italia è sinonimo di eccellenza, di questo dovrebbe ricordarsi anche il consumatore domestico

I progetti in corso?

Il più impegnativo era già in atto, cioè la costruzione della nuova sede con un’ampia parte focalizzata all’accoglienza in azienda. Una struttura con un ridottissimo impatto energetico grazie a speciali coibentazioni ed all’utilizzo di energie rinnovabili. Siamo comunque pronti a ripartire con i lavori, non appena ci sarà possibile, che saranno terminati dopo circa novanta giorni. Non vediamo l’ora!

 

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Divina Vitale
Toscana pura, giornalista nel Dna, ho una laurea in lettere moderne conseguita all’università di Firenze. Non ricordo bene quando ho iniziato a scrivere, ma ero parecchio bassa. I colori e i profumi della natura mi hanno sempre ispirato, la mia valigia è piena di parole… e mi concedo spesso licenze poetiche… Poi è arrivato il vino, da passione a professione. A braccetto con la predisposizione e pratica attiva per i viaggi e la cucina internazionale e ancor più italiana… assaggiare ed assaggiare… sempre. E’ giunto il momento di scriverne, con uno spirito critico attento. Da sommelier ho affinato certe tecniche di degustazione ma quello che conta nel vino,come nella vita, è l’anima. Basta scoprirla. E’ bello raccontare chi fa il vino e come lo fa. Perché il vino è un’inclinazione naturale…

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